Viaggio nell’Italia della sanità malata: «Tanti soldi, troppi errori»

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla malasanità e sulla cattiva gestione delle risorse pubbliche. La sanità appartiene alla politica, che la esercita infischiandosene delle forme e dei limiti della Costituzione». Il giudizio è di Michele Iula, giornalista d’inchiesta del quotidiano L’Attacco, che così immagina il primo articolo della Costituzione di Caduti in corsia, il libro che ha scritto per gli Editori Riuniti: un manuale di non sopravvivenza, come lui stesso lo chiama, che racconta tutto quello che non va nel sistema Salute Italia È l’autore stesso ad inquadrare la questione in apertura del suo libro.

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Tanti soldi, troppi errori. La coperta della Salute

di Michele Iula

Poco meno di 110 miliardi di euro all’anno. Questa è la coperta messa a disposizione del Sistema sanitario nazionale per coprire i bisogni di salute degli italiani. Risorse destinate alle Regioni in base alla popolazione e al numero di anziani, prima di confluire agli ospedali pubblici e privati.

La prima azienda italiana dovrebbe, dunque, essere in grado di garantire livelli di assistenza decenti. Ma non è sempre così.

Quando si decise di mandare in soffitta il sistema mutualistico con la riforma sanitaria del 1978, chiaramente ispirata al modello anglosassone del National health service, creato nel 1947 dal governo Attlee, sembrava che le disfunzioni fossero risolte per sempre. Le storture stigmatizzate dal celebre film campione d’incassi del 1968, Il medico della mutua, con Alberto Sordi, secondo gli ideatori della riforma erano destinate a divenire uno sbiadito ricordo.

La cura della salute, finalmente, da “beneficenza” sarebbe divenuta il diritto da garantire ad ogni costo perché incardinato sui dettami dell’articolo 32 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Una svolta, si pensò. Le prime conferme arrivarono dal rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, pubblicato nel 2000. Dall’indagine condotta su 191 Paesi, emerse che l’Italia aveva uno tra i sistemi più efficienti in assoluto, secondo solo alla vicina Francia. Con una spesa complessiva pari a circa il 10 per cento del Prodotto interno lordo, il Bel Paese usciva a testa alta nel confronto con gli Stati Uniti: parità d’accesso alle cure tra ceti poveri e ricchi, ottima aspettativa di vita e buona performance del Servizio sanitario nazionale. Insomma, a Ginevra, nella prima indagine sulla salute, rimasero pienamente soddisfatti dell’Italia.

Eppure, sulle cronache dei quotidiani, i casi di malasanità e di inefficienza hanno sempre occupato uno spazio importante. E nessuno si è mai preoccupato di registrare davvero la customer satisfaction dei pazienti. Il salto di qualità i cittadini non sembrano averlo mai percepito.

Al di là dei dati, sicuramente validi, dell’organismo internazionale, crescono le deficienze di un sistema che si sta progressivamente frammentando di pari passo con l’aumento delle competenze a carico delle Regioni in materia di programmazione, controllo e spesa. Le riforme degli anni Novanta hanno notevolmente accelerato questo processo (legge Bindi del 1999). La svolta del federalismo fiscale, inaugurato nel 2001, ha devoluto moltissime competenze in materia agli enti locali.

Così, la mappa dei Sistemi sanitari regionali è divenuta sempre più a “macchia di leopardo”, divaricando ulteriormente la forbice tra i contesti efficienti e quelli decisamente disastrosi.

Molte aziende sanitarie locali – organismi regionali nati proprio per gestire le risorse messe a disposizione delle Regioni – restano impantanate nel proprio indebitamento ormai divenuto strutturale. Soprattutto nel Mezzogiorno dove i numeri fanno registrare i risultati complessivamente peggiori. Gli stessi che dovrebbero consentire una lettura per lo meno critica dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.