(1° febbraio 2012) Moltissimi post e commenti dopo l’annuncio delle nuove linee guida per ottemperare alle leggi nei Paesi che richiedono la rimozione di specifici contenuti in Rete.
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Twitter, dibattito sulla censura. “Trasparenti”. “No, poco coraggiosi”
Moltissimi post e commenti dopo l’annuncio delle nuove linee guida per ottemperare alle leggi nei Paesi che richiedono la rimozione di specifici contenuti in Rete. Dagli Usa commenti positivi: “Sarà un riflettore sulla repressione”. Ma per alcuni osservatori l’azienda avrebbe potuto proteggere meglio i suoi utenti
di Raffaella Menichini
(repubblica.it, 30 gennaio 2012)
Da “censura” a “best practice”, o quantomeno la censura meno brutta che si possa immaginare. Nel giro di 48 ore le nuove linee guida annunciate da Twitter sul filtraggio e la conclusiva cancellazione dei “messaggini” sottoposti a provvedimento legislativo in singoli Paesi – ma solo entro i confini di quei Paesi, e con visibilità completa e piena informazione al di fuori di quei confini – hanno suscitato un ampio dibattito tra esperti e netcitizens.
Dopo la prima ondata di indignazione – e vero panico, soprattutto nei Paesi dove prevedibilmente forme di censura più pesante potrebbero verificarsi – condita dalla chiamata a 24 ore di “sciopero” dei tweet sabato 28 gennaio, la riflessione si è fatta più pacata e da più parti si sono addirittura levate voci di aperto elogio per il passaggio compiuto dall’azienda di San Francisco. Elogio soprattutto per le modalità del provvedimento, per la trasparenza con cui è stato comunicato, ma anche per le conseguenze che potrà avere nella protezione della libertà d’opinione nel mondo spingendo qualcuno ad auspicare che il “modello Twitter” venga ripreso da altre piattaforme di social network. Come un tale ribaltamento di fronte sia stato possibile, la dice lunga sul dinamismo e sulla maturità di chi abita e discute la Rete e sul livello di commistione tra impegno per la difesa dei diritti umani e civili offline e “democrazia digitale”.
Il fatto stesso che Twitter sia arrivata a maturare una scelta sicuramente dolorosa e non priva di rischi di immagine (come si è visto nell’immediato) è un indicatore di come i giganti del social networking siano ormai parte del gioco della politica internazionale e della diplomazia, dell’economia e della politica interna dei singoli Paesi. Non era pensabile, dicono molti osservatori, che Twitter-azienda non venisse prima o poi in contatto-conflitto con Twitter-icona della libertà così come le cronache dell’ultimo anno ne hanno veicolato l’immagine. Come ricorda Massimo Mantellini sul suo blog 2, “solo l’interesse aziendale può improvvisamente azzerare ogni valutazione morale sulle qualità ed i vizi altrui”: ci sono gli azionisti da rassicurare, c’è la realpolitik che preme, ci sono – al fondo – delle leggi da rispettare in tutti i Paesi dove si vuole operare. La scelta di Twitter di adottare una politica di censura su richiesta di precisi atti giudiziari potrebbe permettere al social network di esistere laddove probabilmente l’alternativa sarebbe chiudere i battenti del tutto. Ed esistere magari offrendo agli utenti la possibilità di aggirare la tracciabilità geografica (semplicemente registrandosi come utente di un Paese diverso) e continuare così a postare i propri contenuti. Affidando poi un po’ di margini di libertà anche alla dinamica che abbiamo imparato a conoscere finora: ovvero che i dittatori sono destinati a rincorrere – sempre senza successo – le vie di fuga che la tecnologie offre alle idee “scomode”.
L’asset più prezioso, sostiene in un interessante post 3 Zeynep Tufekci, docente presso l’Università della North Carolina, è però la pubblicità che Twitter promette di dare ai messaggi censurati: comparirà un box grigio, con l’indicazione del paese che lo ha censurato e la possibilità di risalire al tweet originale, nonché alla sentenza giudiziaria che ne ha provocato la censura: “Uno strumento straordinario al servizio di chi nel mondo difende la libertà d’epressione”. “Ci saranno box grigi di vergogna, certo – scrive Paul Smalera di Reuters 4 – Ma non sarà una vergogna per l’utente, né per Twitter. Sarà anzi un segnale luminoso sui cittadini digitali di un Paese che limita la loro libertà di parola”.
Dunque, black out all’interno del Paese ma massima pubblicità all’esterno. Comprensibile la preoccupazione di chi “rimane dentro” la rete della censura (e infatti, per dirne uno con un nome di peso, l’artista dissidente cinese Ai Weiwei 5 ha già promesso che lascerà Twitter), e la soddisfazione dei governi più illiberali – come la Thailandia che ha salutato entusiasta l’annuncio di Twitter. E’ il paese che ha già chiesto e ottenuto la rimozione di video da Youtube e quantomeno chiesto la rimozione di oltre 10 mila pagine Facebook colpevoli di violare la legge sulla “lesa maestà” – il che conduce i difensori di Twitter a un’altra considerazione: gli altri social network hanno da tempo abiurato al ruolo di paladini della libertà d’espressione “globale”, e lo hanno fatto senza fanfare e senza fornire agli utenti strumenti così precisi di tracciabilità della censura. Del resto, ricorda Richard Fontaine su Techcrunch 6, la regolamentazione della libertà d’espressione è concetto che non riguarda solo le dittature, ma coinvolge e investe di contraddizioni anche le democrazie più mature – in modo transnazionale a volte come nel caso dell’Unione europea – fino ad arrivare anche agli Usa: pur essendo il Paese che più di ogni altro lascia briglia sciolta alla parola e al pensiero in ogni sua forma, quando WikiLeaks è arrivata con prepotenza sulla scena della diplomazia internazionale la reazione della Casa Bianca è stata netta e non proprio “tollerante” – fino ad arrivare alla richiesta a Twitter di tracciare gli account di alcuni attivisti. E, ricorda ancora Luca Conti sul suo blog 7, “Twitter ha già censurato 4000 messaggi per rispettare la legge Usa sul copyright”.
Una parte di “intellighenzia digitale” sembra dunque promuovere finora Twitter (salvo verifiche sul campo naturalmente) ma non a pieni voti, almeno per alcuni blogger italiani. “Non sarebbe il caso di alzare il tiro, e quantomeno provare a chiedere di più?”, si chiede ad esempio Fabio Chiusi 8 ricordando che giganti come Twitter, Google e Facebook non dovrebbero sottostimare la propria capacità dirompente di lobbying e soggetto influente per l’azione politica dei governi e in qualche modo rispettare la “responsabilità sociale” che si accompagna a quella aziendale: fare i conti insomma con un ruolo che si è andato trasformando in questi ultimi anni rendendoli soggetti oltre che strumenti di dialogo politico. Dietro il pragmatismo di Twitter, aggiunge Mantellini, si declina però un’immagine un po’ più sconfortante della realtà, quella di un’azienda tutto sommato pavida: “Sono le persone ad opporsi come possono alle dittature, quasi sempre le medesime persone che le subiscono direttamente. E lo fanno spesso correndo dei rischi, con gli strumenti tecnologici di cui dispongono. In alcuni casi, sciaguratamente, questi strumenti non collaborano come avrebbero potuto”.
Certo è che la turbolenza globale sollevata dal comunicato nel blog di un’azienda privata di San Francisco la dice lunga sul livello di interesse e valore politico che questi strumenti stanno assumendo. Ne sono indicatori lo straordinario dibattito che si sta agitando negli Usa con le proposte di legge sulla proprietà intellettuale SOPA e PIPA e anche in Europa con l’ACTA e in Italia con la FAVA (dal cognome del leghista che l’ha proposta): la posta in gioco è altissima, e sarebbe illusorio, se non pericoloso, scaricare sulle spalle di un’azienda americana la responsabilità di difenderla.
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Twitter, sì a blocco dei messaggi se richiesto per motivi legali
Il più popolare servizio di microblog del pianeta lo annuncia sul suo sito: “Entriamo in paesi che hanno idee diverse sui limiti della libertà di espressione e alcuni sono così tanto lontani dalle nostre idee che non riusciremo ad esistere lì”. E sul web si scatena la protesta. Pronto lo sciopero dei tweet. Rsf chiede di rivedere la decisione “censoria e liberticida”. Ma per molti esperti si tratta di una misura di minima sopravvivenza, adottata con trasparenza
(repubblica.it, 27 gennaio 2012)
Twitter si piega alla censura di Stato. L’annuncio diffuso oggi sul blog del servizio di microblogging di San Francisco – dal titolo “Twitter still Must Flow 1″ – ha destato oggi grande allarme tra gli utenti e un acceso dibattito tra esperti e internauti. Twitter infatti che adotterà una nuova politica in base alla quale dovrà bloccare la pubblicazione dei messaggi in singoli paesi, qualora gli venisse richiesto dalle autorità per motivi legali. E immediatamente è scattata la protesta nella blogosfera nei confronti delle nuove politiche di Twitter: per avere un’idea di come stia montando il dissenso basta seguire l’hashtag #TwitterCensored. Sono molti gli utenti che si coagulano attorno a una forma di protesta – smettere di usare il microblog per un giorno – che presto potrebbe vedere Twitter particolarmente desolato. Forse domani.
Spiega l’azienda californiana: “Continuando a crescere a livello internazionale, entriamo in paesi che hanno idee diverse sui limiti della libertà di espressione alcuni sono così tanto lontani dalle nostre idee che non riusciremo ad esistere lì”. L’azienda con sede a San Francisco non era in grado, finora, di cancellare i tweet a livello nazionale. Poteva soltanto eliminarli del tutto dal suo sito. “A partire da oggi, siamo capaci di intervenire per ritirare i contenuti degli utenti di uno specifico paese, lasciandoli invece a disposizione nel resto del mondo – ha precisato – non abbiamo ancora fatto ricorso a questa nuova capacità, ma se e quando ci verrà fatta la richiesta di ritirare un tweet in uno specifico paese, cercheremo di metterne a conoscenza l’utente e indicheremo in modo chiaro quando il messaggio sarà ritirato”.
Tutti i dettagli di questa operazione saranno poi pubblicati sul sito indipendente chillingeffects.Org, ha aggiunto l’azienda. La Cina è uno dei paesi dove Twitter non è accessibile. Situazione definita “spiacevole e deludente” dal presidente e cofondatore del sito Jack Dorsey, durante una visita a Shanghai all’inizio del mese.
A Dorsey Reporter senza Frontiere ha mandato una lettera aperta, chiedendo di rivedere la decisione “censoria e liberticida”, nei confronti della quale non nasconde la propria profonda inquietudine. L’organizzazione che tutela la libertà di informazione è in allarme per una misura che “priva di fatto i cyberdissidenti dei paesi dove vige una repressione di uno strumento fondamentale di mobilitazione” e chiede al cofondatore del microblog di rinunciare a collaborare con i censori della rete.
E in rete, oltre alle proteste si sono moltiplicate anche le soluzioni messe a punto da esperti informatici per cercare di aggirare l’eventuale blocco. A sentir loro la cosa non dovrebbe essere particolarmente difficile 2. Non si escludono software in grado di farlo ancora più semplicemente, magari con un solo clic.
Secondo molti esperti e blogger, poi la mossa di Twitter è un passo razionale e pragmatico: nessuna azienda privata che deve rispondere ai suoi azionisti e che voglia sopravvivere può vincere contro uno Stato e, come scrive una blogger “Non è twitter a censurarti, è il tuo governo” 3. Anzi va in qualche modo elogiata perché ha minimizzato il danno alla libertà di espressione circoscrivendo con la geolocalizzazione l’oscuramento dei messaggi (e, rileva qualcuno, potrebbe essere sufficiente per gli utenti di paesi “a rischio” registrarsi come utenti di altri Paesi) e soprattutto dandone una comunicazione “trasparente” 4, molto più di quanto non abbia fatto ad esempio un colosso come Facebook che già da tempo opera rimozione di contenuti in base alle leggi locali.



