(25 gennaio 2012) Il nuovo giorno di proteste si era aperto con la tragica morte di un manifestante, investito da un tir mentre si trovava sulla statale 10, ad Asti. L’allarme di Coldiretti: “Derrate deperibili destinate al macero”. E ora si teme un’impennata dei prezzi
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Scioperi, è allarme spesa e rifiuti. Il governo: “Toglieremo i blocchi”
(repubblica.it, 24 gennaio 2012)
Incidente sulla ss10, muore manifestante. Torna regolare la circolazione autostradale. Monti: “Faremo rispettare la legalità”, TrasportoUnito chiede stop alle azioni: “Ma la protesta continua”. Fiat ferma stabilimenti, ripercussioni sui rifornimenti alimentari. Camusso: “Superato il limite”. Nella Capitale scarso il carburante per i bus regionali, a Napoli fermi gli autocompattatori
“La situazione è in via di normalizzazione anche se permangono disagi e persiste qualche focolaio di criticità su tutto il territorio nazionale”. Così il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri descrive la giornata di protesta degli autotrasportatori. Il governo ha assicurato alla Ue che assumerà tutte le misure necessarie a porre fine ai blocchi. A dichiararlo è il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, divulgando il contenuto di una conversazione telefonica con il Viminale.
Viabilità Italia: “Ciroclazione regolare”. La circolazione in ambito autostradale secondo le comunicazioni di Viabilità Italia si mantiene “regolare, con riguardo alle manifestazioni in atto in varie aree della rete viaria nazionale, senza particolari turbative o criticità”. L’unità operativa della Polstrada richiama comunque l’utenza “alla massima prudenza e ad una velocità moderata in corrispondenza dei punti di aggregazione dei manifestanti, dislocati per la maggior parte sulla viabilità ordinaria di accesso in autostrada”.
Proteste, la morte del dimostrante. Il nuovo giorno di proteste si era aperto con la tragica morte di un manifestante, investito da un tir mentre si trovava sulla statale 10, ad Asti. Il mezzo era guidato da una donna tedesca, successivamente arrestata per omicidio colposo.
L’incidente non ha fermato gli incolonnamenti dei mezzi ai caselli e sulle strade statali, e in tarda mattinata è arrivato il primo stop di un prefetto, quello di Roma: Giuseppe Pecoraro ha vietato gli assembramenti dei tir in prossimità dei caselli in entrata nella Capitale e inibito fino al 27 gennaio la circolazione dei camion adibiti al trasporto di merci non destinati alla distribuzione. L’esempio di Pecoraro potrà essere imitato dai colleghi, ha ricordato Cancellieri, con l’emissione di “ordinanze urgenti” tese ad impedire che le proteste degli autotrasportatori mettano a rischio “la sicurezza e l’incolumità delle persone”.
Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di garanzia sugli scioperi, ha ribadito che la legge prevede “sanzioni pesanti” per chi la viola con agitazioni selvagge. Critico il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui con il blocco dei Tir si è “superato un limite” mentre per Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, “serve un sistema di trasporto diverso”.
Allarme spesa. La Confcommercio ha chiesto che la protesta rientri subito: “è serio il rischio che l’interruzione di forniture importanti per le imprese e la mancata distribuzione di prodotti di largo e generale consumo possa impedire alle famiglie di poter fare la spesa regolarmente già dalle prossime ore”. Nel suo intervento a palazzo Madama il ministro dell’Interno ha ricordato il “tavolo di confronto” aperto dall’esecutivo: domani è in programma un incontro a palazzo Chigi con la partecipazione del governatore della Sicilia Lombardo.
Ma nel frattempo conseguenze dello sciopero dei tir iniziano a farsi sentire anche in Lombardia. Alla Coop Lombardia ad esempio, c’è stata una incidenza del 20% sulla piattaforma dell’ortofrutta, quindi un quinto di consegne in meno. E ci sono state conseguenze anche nel settore delle carni bianche. Già domani però si prevede che la situazione peggiorerà ulteriormente. Primi scaffali vuoti e merci esaurite anche a Genova. A mancare sono soprattutto frutta e verdure fresche, provenienti prevalentemente dalla Sicilia, prima regione dove è iniziata la protesta degli autotrasportatori.
I market hanno iniziato a dare fondo alle scorte di magazzino per cercare di limitare i danni dello sciopero ma, come ammettono alcuni commessi, da domani non si sa se sarà possibile rifornire tutti gli scaffali e reperire tutte le merci. Già da ieri, al Mercato orientale, in molti banchi mancavano verdure e frutta, per la mancata partenza dei camion e traghetti dal sud.
Anche Firenze è in sofferenza. Spiega Angelo Falchetti, presidente della Mercafir, la società che gestisce il Centro alimentare polivalente della città: “A causa dello sciopero già nei giorni scorsi avevamo avuto un calo del 10-15% delle consegne”, ma “la scorsa notte siamo arrivati a un -70%”.
Roma e Napoli. Ai possibili scenari di emergenza si aggiungono la Capitale e il capoluogo partenopeo. Nel primo caso, i prezzi dell’ortofrutta salgono alle stelle, e c’è poi l’azienda di trasporto pubblico Cotral a denunciare il rischio che il servizio bus regionale possa rimanere senza rifornimenti di carburante, mettendo in crisi tutto i movimenti pendolari. A Napoli 10, oltre agli scenari simili a quelli di altre città, motivi di preoccupazione vengono anche dai cento e più camion della spazzatura 11 incolonnati verso le discariche, bloccati dall’effetto-tir. Il rischio in questo caso è che i mezzi rimangano fermi, non garantendo la raccolta dei rifiuti nella città.
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Tra i duri dell’A4: “Non molliamo”
Rabbia al presidio di Bergamo: non ci faremo sostituire da autisti dell’Est con il tachigrafo taroccato
di Fabio Poletti
(lastampa.it, 24 gennaio 2012)
Quando arrivano i Tir, allargano le braccia infilate nei giubbotti fluorescenti regolamentari. Ma mica è un segno di resa perché da qui, da questo casello di Bergamo – uno dei tanti presidiati sulla A4: Capriate, Dalmine, Seriate – non se ne andranno prima di venerdì. In fila ci sono settanta camion.
Le automobili imbottigliate molte di più. Il governo minaccia sfracelli per far rientrare la protesta. E loro fanno i diplomatici. Ezio Zanchi, presidente bergamasco di Trasporto Unito, un omone con due mani così che fa mulinare nel vento, giura che chi vuole può pure passare: «Noi non facciamo blocchi alla circolazione. Solo, invitiamo tutti a sostenere la nostra protesta».
Le auto passano con il contagocce. Alle dieci ci sono quattro chilometri di coda. Si fermano i camion. Pure quelli con targa straniera. Almeno mezz’ora di stop giusto per solidarietà, come questo autoarticolato che porta acqua minerale Muszynianka e arriva dalla Polonia con il camionista biondo e in maniche corte malgrado il freddo che nemmeno chiede perché: «Va bene ma tra mezz’ora riparto». Solidarietà tra bisonti della strada. Gente che parla la stessa lingua e si capisce al volo anche se ha passaporti diversi. Lo sciopero lo hanno indetto l’altra sera alle dieci e mezza. Con i baracchini a bordo dei camion e con i telefonini hanno fatto il giro d’Italia per avvisare di bloccare tutto. Chi non è stato avvertito e lo scopre adesso per strada si adegua al volo.
Franco con lo Scania in doppia fila appena dopo il casello, fa due conti come un ragioniere: «Ventitré anni fa per andare con il carico da Bergamo a Livorno, prendevo 600 mila lire con il gasolio a 600 lire. Oggi prendo 350 euro ma il gasolio è schizzato a 1 euro e 65, il dieci per cento in più in meno di un anno…». La tiritera degli uomini dei Tir è sempre quella. Loro macinano chilometri, il governo – tutti i governi succhia loro benzina dai portafogli. Qualcuno giura di non avercela nemmeno con il presidente Monti. Uno di Trasporto Unito che non vuole dire il nome, giubbotto blu, Tir Volvo in tinta, spara: «Io in Monti ci credo. Nel ‘94 credevo pure a Berlusconi. Basta che la smettano di parlare solo tra tecnici. Parlino pure con noi…».
La lista delle richieste dei camionisti non è nemmeno troppo lunga. Marino Carulli, padroncino con camion sul groppone, la snocciola come un mantra: «Basta accise trimestrali sul gasolio ma scorporo immediato. Sconto diretto ai caselli. Rivedere i costi di esercizio ma non si può abolire la tariffa minima. Rivedere i fermi obbligatori che sono troppi, 84 giorni all’anno non possiamo reggerli. E controllo della concorrenza. Perché se liberalizzano tutto, ci sarà sempre un camionista dell’Est con il tachigrafo taroccato che lavora per niente…».
Prendere o lasciare. Perché i camionisti da qui non se ne vanno, minimo fino a venerdì. Poi si vedrà perché le moine del governo che hanno già spaccato il fronte sindacale, quelli di Trasporto Unito nemmeno le vedono. E se al Sud c’è chi impugna i forconi loro sono pronti a pigiare sul freno, bloccare la circolazione delle merci e pure il traffico. Gli automobilisti che passano sono divisi ma vincono quelli che stanno dalla loro parte. Una Bmw sgomma e chi è al volante fa il gesto dell’ombrello. Uno che ci ha messo mezz’ora a fare cento metri dopo il casello ce l’ha con loro: «Paghino le tasse, prima…». Cristina Cobildi che deve filare a Milano, abbassa il finestrino della station wagon giapponese: «Le loro proteste vanno ascoltate. Anch’io come imprenditore, ho un’agenzia di comunicazione, sono stata pesantemente toccata dalla crisi e poi dalla manovra. Però ho fiducia in questo governo. Devo avercela per forza…».
Quando arriva il buio, televisioni e giornalisti se ne vanno. I camion invece non si spostano di un millimetro. E non lo faranno per giorni perché tanto loro, a questo punto, non hanno proprio più nulla da perdere: «Consumo 300 litri di gasolio al giorno. Se non ci vengono incontro con qualche agevolazione saremo costretti a fermare i camion per sempre. Allora sì, che ci dovrete ascoltare per forza».
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Tonnellate di cibo da buttare
L’allarme di Coldiretti: “Derrate deperibili destinate al macero”. E ora si teme un’impennata dei prezzi
di Marco Bresolin
(lastampa.it, 24 gennaio 2012)
Tonnellate di cibo destinate al macero, crollo delle esportazioni e aumento dei prezzi. Se il blocco dei Tir dovesse proseguire per altri giorni, le conseguenze sul mercato agroalimentare rischiano di essere devastanti. Una sola giornata di sciopero degli autotrasportatori è bastata per far registrare milioni di danni, ma il protrarsi della protesta aggraverà ulteriormente questo bilancio, in particolare per tutte quelle merci deperibili che, arrivando a destinazione con qualche giorno di ritardo, finiranno direttamente in discarica (con ulteriori costi di smaltimento) anziché sugli scaffali dei supermercati. Qui, da oggi, si vedranno i primi effetti: «I prezzi di frutta e verdura – avverte Confcommercio – aumenteranno». Ma già ieri, al Centro Agroalimentare di Roma, un chilo di zucchine romanesche costava sette euro, il doppio rispetto a una settimana fa.
La prevalenza della gomma
Secondo i dati di Coldiretti, l’86% dei trasporti commerciali in Italia avviene su gomma. Una percentuale che sfiora il 100% per le merci deperibili. Ogni giorno nel nostro Paese vengono movimentate, anche da un lato all’altro della Penisola, 25 mila tonnellate di prodotti ortofrutticoli (per un valore di 35 milioni di euro) e 10 mila tonnellate di latte (12 milioni di euro). Se non vengono consegnate in tempo, vanno buttate. Per non parlare del comparto ittico: ogni mattina quasi una tonnellata e mezzo di pesce fresco finisce dai porti ai banchi dei supermercati, per un valore di oltre cinque milioni di euro. Dopo tre giorni, puzza. Ma soprattutto non vale più nulla. E mentre i pescatori, da Viareggio a San Benedetto del Tronto, si uniscono alla protesta, gli agricoltori temono di vedere i loro magazzini riempirsi fino al limite della capienza. Mario Guidi, presidente di Confagricoltura, lancia l’allarme: «Le modalità della protesta sono inaccettabili – spiega – anche se possiamo comprenderne i motivi. Un’azione così radicale ha messo in ginocchio un settore già duramente provato dalla congiuntura. E questo l’Italia non se lo può permettere».
L’insalata finisce nel cestino
Ieri mattina la sede della Coldiretti Lombardia è stata invasa dalle segnalazioni delle aziende associate. Nella zona tra Bergamo e Brescia, tra le aree cardine della protesta, si concentra uno dei più importanti distretti orticoli del Nord, da cui proviene circa la metà della verdura di quarta gamma (quella che finisce nella vaschetta già lavata, pronta per l’uso) consumata in tutta Italia. «Un blocco prolungato – punta il dito Alberto Brivio, presidente della Coldiretti bergamasca rappresenterebbe un grave contraccolpo per l’intero settore e per i consumatori».
L’allarme dei mugnai
Anche pane e pasta sono a rischio se, nell’arco di 48 ore, la situazione non tornerà alla normalità. Questo lo scenario paventato dai mugnai, «fortemente preoccupati» per gli effetti della protesta dei Tir. Secondo Umberto Sacco, presidente dell’Associazione industriale mugnai, «la mancata movimentazione dei mezzi in uscita potrebbe comportare in tempi rapidi un fermo produttivo, con le conseguenze negative che questo comporterebbe sia per l’industria molitoria, sia per i suoi clienti come industria della pasta, la dolciaria e la panificazione industriale e artigianale».
Crollo delle esportazioni
Ma, oltre ai danni diretti, la preoccupazione è anche per quelli indiretti. «Il nostro export agroalimentare vale circa 30 miliardi di euro l’anno – spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti – e, vista la contrazione dei consumi registrata in Italia l’anno scorso, le esportazioni hanno limitato i danni. Ma ora questo blocco rischia di farci perdere i clienti all’estero che, considerandoci fornitori inaffidabili, sceglieranno i concorrenti e ci taglieranno fuori dal mercato». Uno scenario già visto in Sicilia: durante le proteste i clienti stranieri si sono riforniti da Spagna e Israele, principali concorrenti nel mercato ortofrutticolo. Clienti forse persi per sempre. «La protesta è assolutamente controproducente – aggiunge Bazzana – perché le condizioni del settore peggioreranno ulteriormente, anche a causa delle ripercussioni sui prezzi. Per non parlare della contrazione dei consumi. E se calano i consumi, l’economia non tornerà mai a crescere».
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Le sigle forti e le ambizioni dei capi, quei padroncini morsi dalla crisi
Ogni anno chiudono 10mila piccole imprese di trasporto, chi lavora con le pubbliche amministrazioni aspetta ancora che lo paghino
di Dario Di Vico
(corriere.it, 24 gennaio 2012, 7:21)
Il mondo dell’autotrasporto italiano è il set ideale di un grande film. Non della solita commediola vernacolare ma di una pellicola a tinte forti, come quelle del neorealismo di una volta. Nel mondo dei Tir e dei padroncini il business è sangue-e-merda, è una lotta quotidiana per sopravvivere, euro per euro. E anche il fermo di ieri che ha bloccato dal Nord al Sud un Paese che, invece, avrebbe bisogno solo di ripartire è una storia dove confluiscono le vicende umane di una categoria che teme la decimazione e il protagonismo di chi fa rappresentanza sociale e capisce che in questo momento c’è un vuoto di potere. Un ruolo importante nella vicenda lo sta giocando Maurizio Longo, ex segretario della Fita-Cna uscito dall’organizzazione dopo il fermo del 2007, giudicato un successo dal punto vista mediatico ma un flop dal punto di vista sindacale. Longo oggi capeggia una piccola associazione, Trasportounito, che avrà un paio di migliaia di iscritti ma che grazie a un complesso gioco di alleanze conta molto di più. Ieri le sue dichiarazioni sembravano quelle di un generale vittorioso che si permette di mettere alla berlina gli inquilini di Palazzo Chigi: «Abbiamo raggiunto un risultato importantissimo sulle strade e la gente comune ha capito le nostre ragioni. Il governo invece è assolutamente lontano dai problemi veri degli italiani».
In verità il decreto delle liberalizzazioni adottato venerdì scorso dal governo Monti non peggiora la condizione dei padroncini, anzi. La reazione dunque non è avvenuta a botta calda, l’agitazione era stata proclamata già da dicembre e andava di fatto a rompere l’atteggiamento di tregua che ha caratterizzato il mondo dell’autotrasporto ai tempi del governo Berlusconi. Una rottura preparata e calcolata. Con il centro-destra al governo, infatti, le associazioni dei padroncini avevano instaurato un filo diretto con l’esecutivo grazie all’asse Uggè-Giachino. Il primo è una vecchia volpe di questo mondo, è stato sottosegretario in due governi Berlusconi e poi deputato, capeggia la Fai, una delle organizzazioni più rappresentative. Ha la fortuna di avere come vicepresidente addirittura Fabrizio Palenzona e già questo basta per capire la caratura del personaggio e la sua capacità di tessere la tela dei rapporti trasversali che gli hanno fatto ottenere persino una laurea honoris causa all’università Pro Deo di New York. Bartolomeo Giachino, deputato piemontese, è stato sottosegretario ai Trasporti ed è l’uomo che ha garantito la pace sociale per tre anni. È dal 2008 infatti che l’avvento della Grande crisi il mondo del trasporto su gomma è entrato in una fase di indicibile sofferenza. Un numero su tutti: il costo del gasolio da allora è salito all’incirca del 24% l’anno e si tratta di una voce che incide quasi per un terzo del fatturato. Nel frattempo il lavoro è diminuito e le tariffe sono state livellate in basso in virtù di una concorrenza che definire spietata è addirittura eufemistico. E che ha visto entrare sul mercato italiano imprese di quasi tutti i Paesi dell’Est, dalla vicina Slovenia fino alla Turchia. Per avere un termine di paragone la paga di un camionista rumeno è del 40% più bassa di quella di un collega italiano.
Mentre il governo Prodi un blocco dei Tir se l’era preso sui denti (vigilia di Natale del 2007), Berlusconi no. Tutto in virtù di un lungo negoziato che aveva portato al varo di una misura decisiva per gli autotrasportatori «deboli» come quella sui costi minimi di sicurezza. Nei piani doveva servire a garantire il recupero degli extra-costi da crisi e a evitare quantomeno di viaggiare in sovraccarico, con tempi e riposi contingentati al minimo. O la legge non ha funzionato o si è rivelata un pannicello caldo a paragone con la profondità della crisi. Il risultato è stato che la categoria è rimasta comunque sempre in ebollizione. Delusa e scontenta. Del resto i motivi non mancano: chiudono 10 mila piccole imprese di trasporto l’anno, chi lavora con le pubbliche amministrazioni è ancora lì ad aspettare che lo paghino e su 110 mila aziende che possiedono camion e trasportano merci ce ne sono altre 45-50 mila che non hanno nemmeno un veicolo e che operano solo come broker. Il disagio, dunque, è forte, la paura delle liberalizzazioni costante e per così dire ideologica, ma con il passaggio dal governo Berlusconi a quello Monti è cambiata la governance del settore, il potere reale, l’asse Palazzo-strada. Giachino non è stato riconfermato, la partita è passata al viceministro Mario Ciaccia, la musica però non è più la stessa.
È così che la rappresentanza sociale, Uggè in testa, ha pensato che non avendo più sponda politica conveniva tornare a fare sindacato duro, quello da film per l’appunto. Per almeno un mese il tam tam dei Tir ha diffuso parole d’ordine tese a scaldare gli animi, ha tenuto acceso il motore del conflitto. I rappresentanti più esperti hanno smesso di calmare i padroncini e di rassicurarli e sono tornati a correre la cavallina proclamando «il fermo dei servizi di autotrasporto dal 23 al 27 gennaio». Unatrans, l’alleanza tra le maggiori sigle sindacali, che alla fine controlla il 90% degli iscritti però si è spaccata. Da una parte la Fai di Uggè e Palenzona insieme alla Confartigianato, dall’altra la Fita-Cna, i primi decisamente contrari a Monti, i secondi più pragmatici e sospettosi verso lo stop and go dei loro colleghi.
Si arriva così a ieri mattina, a quella che è stata un’innegabile dimostrazione della forza dei sindacati dei Tir. Accanto a Trasportounito spuntano nuove sigle come «Dignità sociale» e insieme ai padroncini dei Tir si vedono cassaintegrati e agricoltori. Per carità per far casino in questo settore non è che bisogna vincere un referendum tra i lavoratori, ci vuole poco a bloccare la rete autostradale. Basta mettere un camion per traverso davanti a un casello e il gioco è fatto. Con un governo composto da tecnici abbaiare è più facile, non avendo l’esecutivo partiti alle spalle chi vuol agitare piazze e piazzuole ha il vantaggio in prima battuta di non trovare resistenza sul campo e in seconda di potersi proporre addirittura come mediatore. Il fuochista che si fa pompiere. Ed è questo in fondo il gioco che è andato in onda ieri che ha sullo sfondo un puzzle di interessi che inizia dai padroncini brutti, sporchi e cattivi ma incrocia tanto altro denaro come quello che arriva dal prezzo del gasolio, dagli interessi legati alle tariffe delle autostrade e persino alla lotta alla criminalità organizzata. Com’è che la ‘ndrangheta ha preso piede in Emilia e in Lombardia negli ultimi anni? I magistrati che se ne sono occupati raccontano che spesso avviene via camion, con il trasporto di ghiaia e di altre merci. Modena e Reggio Emilia sono al centro del ciclone, le imprese malavitose lavorano in dumping per mettere fuori gioco quelle sane e per poterle rilevare a pochi euro.
Ma cosa succederà adesso sul fronte dei Tir? Ieri oltre ai blocchi si è messo in moto molto altro. Anche a Roma. Le autorità di controllo hanno iniziato a minacciare sanzioni, la Confindustria ha continuato a premere per togliere i blocchi e, soprattutto, dai banchi del Pdl il capogruppo Gaetano Quagliariello ha commentato: «Il governo Monti ha il dovere di sentire le parti sociali al fine di garantire la coesione sociale come ha fatto per tre anni il governo precedente». E chi meglio di Uggè può aiutare nell’opera visto che ieri, nel bel mezzo del caos, pronosticava (controcorrente) che tutto si sarebbe risolto in 24 ore? «In fondo la protesta è di una sola associazione di categoria. Tutto quello che viene chiesto è stato approvato venerdì nel decreto legge». Ciak, si giri.



